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Gian Marco Moratti nel 1985 in una intervista a Carlo Zuccoli : “La nostra ippica ha perso il tram al momento giusto”..

Gian Marco Moratti nel 1985 in una intervista a Carlo Zuccoli : “La nostra ippica ha perso il tram al momento giusto”..

MORATTI
Pubblichiamo una lunga intervista che il Dr. Gian Marco Moratti concesse a Carlo Zuccoli, nel 1985, a San Patrignano, e pubblicata sul numero 3 – 4 Marzo – Aprile 1985 di Esquire & Derby, dal titolo “La nostra ippica Italiana ha perso il tram al momento giusto”.

Gian Marco Moratti. 81, è morto Lunedì 26 Febbraio 2018, a Milano, dopo una lunga malattia.

Una mattina a San Patrignano a parlare di cavalli con i ragazzi della Comunità, con Gian Marco Moratti, l’industriale Milanese del petrolio, legato a Vincenzo Muccioli da affinità ideologiche e disciplina di vita, da vincoli di amicizia e Consigliere di questa straordinaria Cooperativa che svolge ben trentasei attività.

Percorrendo la superstrada Rimini – San Marino torna alla memoria un viaggio a Copenhagen, la desolazione del Christiania, il villaggio dove lo Stato danese ha ghettizzato i drogati, rinunciando ad un qualsiasi tentativo di recuperare quei giovani, i cui volti disperati non posso dimenticare.

“Se uno venisse paracadutato a San Patrignano la sua prima sensazione sarebbe quella di trovarsi tra dei culturisti, tanta è la voglia di vivere, lo spirito d’iniziativa di questi ragazzi che invece sono dei tossicodipendenti”.
Sì, ha ragione Moratti, la verifica è immediata.

Fabio, 22 anni, da tre a San Patrignano, Stefano, stessa età, qui da poco più di un anno, mi accompagnano alle scuderie.
Sono 46 boxes che ospitano i foals, gli yearlings e le fattrici purosangue: tutto all’insegna di una qualità media più che soddisfacente.
Quest’anno, alle Aste, ci saranno prodotti nati da Milford, da Raga Navarro; le madri hanno genealogie importanti.
Ci sono figlie di Never Bend, Faraway Son, Molvedo, addirittura una Shirley Heights, l’ultimo grido in fatto di paternità a livello Europeo.
E poi Lord Gayle, Amber Rama, Yellow God.
Insomma ben 26 fattrici purosangue, più di quaranta quelle mezzosangue per le quali sono in costruzione nuove strutture.
Un barn di ben 50 boxes, con tanto di maneggio che si allunga a contornare uno splendido paddock di recente fattura.
Certo qui lo spazio non manca: sono stati adibiti a pascolo circa sessanta Ettari.

Esistono quindi i presupposti per fare della selezione secondo criteri di avanguardia, così come di grande prestigio è l’allevamento delle Holstein Fresian, le vacche da latte d’importazione Canadese, con pedigrees da capogiro, l’attività di restauro di mobili antichi, la produzione delle carte da parati, le piastrelle disegnate a mano, etc.

“Siamo stati a Newmarket a comprare diverse fattrici e ci torneremo perché l’esperienza sembra essere stata positiva. Sa, noi cerchiamo d’impostare tutte le nostre attività in modo tale da poter produrre ad un livello qualitativo molto alto – è Fabio che parla – perché vogliamo di dimostrare, prima a noi stessi e poi agli altri, che siamo in grado di fare e di fare molto bene.
Certo è una nostra rivincita, ma è anche l’unico mezzo per avere la certezza di risolvere il nostro problema.
Il fatturato è elevato, siamo attivi e possiamo programmare ed effettuare anche investimenti considerevoli.
Rifiutiamo categoricamente ogni forma di beneficenza”.

” Vede, riacquistare la dignità non significa solo non drogarsi più, significa essere indipendenti – così riprende Gian Marco Moratti – Muccioli ha il grande merito di aver liberato questi ragazzi, ma non li ha liberati soltanto dalla droga, ma anche e soprattutto dai tanti condizionamenti che li hanno portati alla droga.
Non esiste una vera libertà se non vi è anche indipendenza economica: se San Patrignano dipendesse solo da uno o più sponsors non sarebbe indipendente.
È chiaro che uno, se è amico, può fornire garanzie per investimenti importanti, per particolari operazioni, ma la gestione della Comunità deve essere nelle loro mani, deve essere frutto del loro lavoro, altrimenti si arriverebbe all’assurdo che per il solo fatto che uno si droga acquisisce il diritto ad essere mantenuto.
Invece questi ragazzi con il loro lavoro, con queste attività di carattere agricolo ed artigianale che rendono bene e che danno un qualche cosa di più all’essere umano di quello che può dare la catena di montaggio, vivono i vari cicli lavorativi, affrontano e risolvono anche il lato economico, oltre che terapeutico, gestiscono la Comunità, come dicevo, che è solo ed esclusivamente loro”.

Ecco, Gian Marco Moratti qui a San Patrignano si diverte con i cavalli, ne segue lo sviluppo e la crescita, ma non è ippico militante.

-Quarantotto anni, una laurea, sposato con quattro figli, socio dell’Inter a undici anni, Consigliere a diciotto, perché non anche allevatore o proprietario di cavalli da corsa?
Cosa frena un industriale come lei ad investire nel nostro settore?
“Io ho una teoria.
Vede c’è una situazione culturale, e nella cultura considero anche la religione, che influisce molto i paesi nordici che hanno sviluppato un certo tipo di civiltà da quelli del sud, cattolici, che ne hanno sviluppato un’altra.
Il Calvinismo è stata la molla che ha fatto sviluppare l’industrializzazione con l’affermazione che chi raggiunge un onesto successo in terra sarà poi ben accolto nei cieli.
Ecco allora legittimato un certo sfoggio di ricchezza, anche se contenuto, perché il Calvinista non è un rozzo, ma una persona che cura i propri beni con religiosità, che ha un concetto particolare del denaro, e l’appartenere a determinati clubs, come per esempio quello dei proprietari ed allevatori di cavalli, l’andare ad Ascot con il tight e il cilindro, rappresenta per lui un punto d’arrivo di una sana importanza e significato.
Da noi è tutto diverso, il popolo è il gregge e poi ci sono i pastori, i buoni pastori che però devono poi anche vivere un po’ in mezzo al gregge e allora invece di accettare sports cosiddetti di “elite”, un grande industriale, o come lo è stato nel passato mio padre, vede più di buon occhio oggi lo sponsorizzare i circenses per il popolo e quindi non c’è niente di meglio del calcio.
Mio padre, che è stato un uomo eccezionale per capacità, intuito, umanità, pensava di essere nel giusto nell’offrire alla sua città questo spettacolo del calcio con la sua Inter.
Se invece un grande industriale o uomo di finanza avesse la migliore scuderia d’Italia non sarebbe gratificato da nessuna popolarità, anzi.
Si tratta proprio di un tipo di mentalità di formazione: è certo comunque che queste differenze cultura giocano un ruolo fondamentale.
Il pagare questa sorta di tributo al popolo rientra nella tipica mentalità cattolica.
Oggi gli otto miliardi per Runmenigge non sollevano alcuna perplessità, anzi direi quasi un certo compiacimento, mentre la stessa cifra impiegata nell’acquisto di un puledro susciterebbe uno scandalo”

-Sì, ricordiamoci anche che in Italia il background culturale ippico è molto superficiale, molto debole e quindi certe cose non si comprendono proprio per questo tipo di carenze.
“Molto giusto.
Poi in Italia non esiste un mercato proprio per i motivi che io credo di avere individuato.
Comunque questi sports elitari hanno molte difficoltà ad imporsi.
Guardi il golf che ha impiegato e sta impiegando anni per avere un certo seguito”.
-Però l’ippica commerciale, l’ippica non più hobby, ma azienda produttiva e quindi di grande impegno di mezzi e di managers non è più e solo sport d’élite.
“Appunto.
Io ho seguito un po’ l’ambiente quando Vincenzo Muccioli ha deciso che per San Patrignano sarebbe stato molto importante allevare cavalli perché necessario alla crescita di determinati ragazzi.
Sono stato a Newmarket proprio con Muccioli e con i ragazzi e mi sono accorto della magnitudine che circonda l’industria dei cavalli.
Poi gli Inglesi sono i più grandi commercianti del mondo.
Wimbledon ha i peggiori campi di tennis del mondo però vi si disputa il torneo più prestigioso, hanno i campi di regata più brutti del mondo, ma le regate più importanti.
Identico discorso per il calcio.
Certo che questi sports li hanno inventati loro e poi li sanno vendere molto bene.
C’è sempre una rappresentante della famiglia reale che premia, una vivida ed affascinante atmosfera che li circonda, un rituale molto suggestivo che aiuta ad andare avanti.
Non parliamo poi di cavalli, il massimo sotto questi profili”.

-Quindi lei ritiene che in Italia la fuga delle grandi famiglie dall’ippica e la mancanza di forse nuove di provenienza dalla grande industria e dalla finanza sia riconducibile a parecchi di questi motivi?
“Sì, tutto è stato finalizzato per l’industria.
Poi, bisogna riconoscerlo, da noi non esiste una cultura ippica.
In Italia nel momento del boom, quando cioè sono nate molte cose, l’ippica non ha avuto lo sfogo giusto.
Sono mancate le quattro o cinque persone capaci di assumere il ruolo di elemento trainante per tutto il settore.
Inoltre la promozione è stata sempre poco favorita e ridotta su pochissimi mezzi o veicoli.
Io penso comunque che oggigiorno il dover di un industriale, di un capo, sia quello di affrontare determinati problemi di carattere sociale che lo Stato non è stato capace di risolvere o che non può risolvere.
Non siamo più nell’epoca della ricostruzione quando nell’immediato dopoguerra era giusto spendere determinate cifre per i circenses.
A quei tempi la gente lavorava molto ed aveva diritto ad un certo divertimento; ora pensa solo a divertirsi.

Negli Anni Sessanta sopravviveva ancora una certa integrità morale che però incominciava già a minarsi: oggi i giovani la fatica e l’impegno non sanno più cosa siano.
Oggi hanno sballi di tutti i tipi, dalla motocicletta a dodici anni, al sesso libero, alla droga, per cui è arrivato il tempo in cui la classe dirigente deve pensare a tirare un po’ le redini e farsi capo di risolvere determinate anomalie del nostro sistema, cercando di dare una mano a questo Stato che ha la pretesa di voler fare tutto e non riesce a far nulla.

Mio padre, nel sessantotto, dette le dimissioni da Presidente dell’Inter dicendo che non era più tempo per quelle cose: quella fase era finita, altri problemi ci aspettavano.
Lei capisce benissimo che l’ippica Italiana, avendo perso il tram al momento giusto deve affrontare e superare enormi difficoltà a recuperare il tempo perduto”.

-Dottor Moratti, è certo che la sua analisi è stata cruda e spietata.
La ringrazio perché ci ha suggerito molti argomenti su cui dobbiamo meditare.
Facciamo rimbalzare la palla a chi di dovere.
Con la speranza e l’auspicio che la Razza San Patrignano, l’unico nuovo complesso di questi ultimissimi tempi, possa presto raccogliere i frutti di tale impegno.
Carlo Zuccoli

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